AEROSOL WORKSHOP: un pò di Storia

 Murales

Questa è una parola messicana che indica le pitture fatte sui muri. Ne hanno fatte parecchie, per chilometri quadrati, i pittori messicani che parteciparono alle rivoluzioni dell’inizio del secolo, dando così il loro contributo alla presa di coscienza del popolo, alle lotte sociali. In seguito, constatata l’efficacia di questo mezzo di comunicazione, molti movimenti di lotta vi fecero ricorso, usandolo come strumento di propaganda, per evidenziare concetti che, espressi in parole, sarebbero stati difficilmente capiti da chi non sapeva leggere, e invece, attraverso le immagini si comunicavano con più efficacia. Erano, queste, realizzazioni fatte rapidamente, per evitare scontri con le forze dell’ordine, o meglio della repressione.

Anche in Italia e altrove nel mondo si sono diffusi i murales, soprattutto dal 1973, con la venuta in Italia di esuli cileni, dopo il sanguinoso golpe di Pinochet. Il ricorso al termine castigliano serve a differenziare queste “pitture militanti” da lavori di maggiore impegno e ufficialità, che si chiamano piuttosto affreschi.

La differenza tra affreschi e murales, oltre che di tecnica pittorica, è di direzione della comunicazione: nelle pitture ufficiali il messaggio è verticale, dal potere alla gente; nei murales è orizzontale, di comunicazione fra uguali, o verticale, ma di senso opposto, ossia di protesta, dal popolo contro il malgoverno.

C’è poi un uso meramente decorativo delle pitture murali, anche questo molto antico, si pensi agli antichi romani, talvolta con effetti di trompe l’oeil, per abbellire ambienti o anche superfici esterne di edifici.

 Writing

Il 21 luglio 1971 il New York Times dedica un articolo a Taki 183, diciassettenne di origine greca che per primo aveva iniziato a “bombardare” la città scrivendo la sua sigla ovunque con un grosso pennarello. E’ il battesimo del graffitismo metropolitano. è a New York infatti che si afferma con consapevolezza l’arte underground. Taki è il primo a sperimentare il ”motion tag”, cioè la firma sui vagoni della metropolitana.

Tag dopo tag, tra i writer cresce la competizione per impadronirsi del territorio, e il modo migliore per riuscirci è rendere unica la propria tag, personalizzando il proprio stile.
Poi arriva Super Cool 223 a inaugurare il piece, il disegno vero e proprio, cioè una scritta con una cornice, fatta cioè di più strati e colori. Piano piano si moltiplicano le tecniche, gli stili, così che le scritte ed i disegni diventano sempre più definiti ed elaborati.

 Negli anni Ottanta si riparte con il freno a mano tirato. Si fa sempre più forte il buff, la rimozione dei graffiti, da parte delle autorità. E’ vietata la vendita di vernici spray ai minorenni. Depositi e binari di stazionamento dei treni sono messi sotto stretta sorveglianza.

Il risultato è duplice: da una parte, molti writer abbandonano i vagoni per entrare in un circuito artistico ‘ufficiale’ (è il caso di Keith Haring e di Jean Michel Basquiat), dall’altra spuntano le crew: d’ora in avanti, le spedizioni notturne si fanno soltanto se ci sono i compagni a coprire le spalle.

 Il fenomeno si diffonde in Europa: Parigi, Berlino e Londra diventano le nuove capitali del writing. L’Italia è l’ultima arrivata ma i suoi “graffiti” non sono l’imitazione di quelli americani, bensì la loro prosecuzione, nonostante lo stile frammentato, diverso da città a città. Mentre nel resto dell’Europa il fenomeno arretra, in Italia sta maturando adesso, grazie anche al fiorire dell’Hiphop nel panorama musicale nazionale.

 Il writing si inscrive all’interno di una cultura più ampia che nasce in quegli anni nella costa Newyorkese: l’Hip Hop, che include anche il rap (mc’ing), l’arte di improvvisare rime su una base ripetuta, il djing, cioè la disciplina dei dj che “scratchano” e creano basi musicali da loop di altri pezzi, il b-boying, o breackdance, una danza molto acrobatica praticata soprattutto in strada. Queste quattro discipline sono l’espressione più genuina delle città statunitensi di quei tempi e presto vengono adottate come mezzo di espressione dei gruppi di giovani che più vivono la strada (underground), diffondendosi e venendo sempre più riconosciute a livello mondiale come forme d’arte in tutto e per tutto.

Annunci
Comments
One Response to “AEROSOL WORKSHOP: un pò di Storia”
Trackbacks
Check out what others are saying...


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

  • Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: